Descrizione
Il Ghetto di Venezia, nel sestiere di Cannaregio, è il quartiere dove dal 1516 gli ebrei della città furono obbligati a vivere. Da qui il nome è passato in tutto il mondo, ed è ancora il fulcro della comunità ebraica veneziana, con sinagoghe e istituzioni religiose.
Si entra da due ponti, perché il Ghetto Nuovo è una specie di isola. Al centro c'è un grande campo, con tre pozzi che portano ancora lo stemma dei Da Brolo, la famiglia che nel Quattrocento voleva costruirci case.
Da non perdere sono le sinagoghe, le «scole»: una per ogni gruppo di provenienza, tedesca, canton, levantina, spagnola, italiana. Insieme formano un complesso architettonico di grande interesse.
Il Museo Ebraico racconta la storia e le tradizioni della comunità. Nel campo si trovano anche i monumenti alla Shoah di Arbit Blatas, che ricordano chi fu deportato.
Un'altra cosa che colpisce è l'altezza delle case. Lo spazio era poco e la comunità cresceva, con arrivi da tutta Europa: così si costruì verso l'alto, e le case del Ghetto, caso unico a Venezia, arrivano fino a otto piani.
Prima di essere un quartiere ebraico, qui c'erano le fonderie pubbliche per le bombarde. Una delle ipotesi sull'origine della parola «ghetto» la lega proprio al «geto» veneziano, la fusione dei metalli.
Il 29 marzo 1516 il Senato decise, con 130 voti contro 44, che tutti gli ebrei dovessero abitare nel Ghetto Nuovo. Di notte le porte si chiudevano, e le barche della Serenissima sorvegliavano i canali.
Il quartiere fu ampliato due volte, con il Ghetto Vecchio nel 1541 e il Ghetto Novissimo nel 1633. Dentro si viveva di medicina, di vendita di cose usate e di prestiti su pegno, un'attività vietata ai cristiani, ricordata anche nel «Mercante di Venezia».
Le porte furono tolte nel 1797, con l'arrivo di Napoleone, e con loro l'obbligo di residenza.
Si entra da due ponti, perché il Ghetto Nuovo è una specie di isola. Al centro c'è un grande campo, con tre pozzi che portano ancora lo stemma dei Da Brolo, la famiglia che nel Quattrocento voleva costruirci case.
Da non perdere sono le sinagoghe, le «scole»: una per ogni gruppo di provenienza, tedesca, canton, levantina, spagnola, italiana. Insieme formano un complesso architettonico di grande interesse.
Il Museo Ebraico racconta la storia e le tradizioni della comunità. Nel campo si trovano anche i monumenti alla Shoah di Arbit Blatas, che ricordano chi fu deportato.
Un'altra cosa che colpisce è l'altezza delle case. Lo spazio era poco e la comunità cresceva, con arrivi da tutta Europa: così si costruì verso l'alto, e le case del Ghetto, caso unico a Venezia, arrivano fino a otto piani.
Prima di essere un quartiere ebraico, qui c'erano le fonderie pubbliche per le bombarde. Una delle ipotesi sull'origine della parola «ghetto» la lega proprio al «geto» veneziano, la fusione dei metalli.
Il 29 marzo 1516 il Senato decise, con 130 voti contro 44, che tutti gli ebrei dovessero abitare nel Ghetto Nuovo. Di notte le porte si chiudevano, e le barche della Serenissima sorvegliavano i canali.
Il quartiere fu ampliato due volte, con il Ghetto Vecchio nel 1541 e il Ghetto Novissimo nel 1633. Dentro si viveva di medicina, di vendita di cose usate e di prestiti su pegno, un'attività vietata ai cristiani, ricordata anche nel «Mercante di Venezia».
Le porte furono tolte nel 1797, con l'arrivo di Napoleone, e con loro l'obbligo di residenza.